Bernard Dika si racconta a Jobbando

Hai poco più di 20 anni, sei origine albanese, già presidente del Parlamento toscano dei giovani oltre che Alfiere della Repubblica, nominato per meriti di studio dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Parteciperai alla prossima edizione di Jobbando. Da giovane cosa vorresti dire ai tuoi coetanei in cerca della prima occupazione?

Di non avere paura di osare. Oggi il difetto che caratterizza molti di noi giovani è la timidezza. Gli adulti spesso, troppo spesso, ci hanno negato il diritto di sognare. “Chi sogna perde tempo, non conclude niente”. Una generazione a cui è stato negato questo diritto non può costruire niente di grande. Per questo non dobbiamo rassegnarci all’aspirazione del “posto fisso” ma cercare di liberare la creatività insita in tutti noi ed osare, osare in grande! I sogni restano illusioni finché sono una futile speranza, quando invece si trasformano in obiettivi possono realizzarsi nonostante le infinite difficoltà.

Tu oggi frequenti l’università. Cosa c’è nel tuo futuro?

Un bel punto interrogativo e un bivio importante: restare seduti a guardare aspettando il futuro determinato da altri o provare, nel presente, a renderlo migliore. La seconda strada è la mia, la nostra spero, quella che stravolge la concezione dei giovani come “il futuro del paese” identificandoli per ciò che sono: “il presente”, che è l’unico tempo che ci è stato dato per renderlo migliore, il futuro. Davanti abbiamo pagine bianche, tutte da scrivere. Non lasciamolo fare agli altri.

Cosa pensi della politica oggi? Perché tanti giovani sono distanti dalla politica?

Siamo figli di quella generazione di genitori che aveva la nostra età quando in Italia scoppiava il caso “tangentopoli”. Quella generazione ci ha trasmesso un testimone con un messaggio chiaro “State lontani dalla politica perché fa schifo”. Non si sono resi conto che non avere interesse per la politica è non avere interesse per la vita. Non avere interesse per i loro figli, se andranno a scuola, se avranno un insegnamento valido, se si ammalano come saranno curati. La Politica è questo, l’organizzazione della vita di una comunità. Spesso è brutta perché è fatta di esseri umani che in una democrazia hanno la libertà di azione. L’unico modo che abbiamo per renderla migliore è prenderne parte. La si fa nei partiti, nelle istituzioni ma anche nella vita di ogni giorno. La fa la studentessa che decide di fare la soccorritrice sulle ambulanze due volte la settimana, o l’anziano che raccoglie la cartaccia buttata per terra da qualcun altro. Fare politica è mettere il proprio mattoncino insieme a quello degli altri per costruire una salda casa comune.

In questi giorni Greta Thunberg attivista svedese per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico ha parlato all’Onu. La dimostrazione di cosa sono capaci i giovani quando si mettono in testa qualcosa. Cosa pensi della sua lotta diventata ormai globale?

Greta è l’esempio di chi non si rassegna alla realtà così come la conosciamo. È il simbolo dei giovani ribelli, che non si limitano a gridare appelli contro il cambiamento climatico ma offrono proposte per lo sviluppo sostenibile. Continuiamo ad animare le piazze insieme a Greta ma non dimentichiamoci che il mondo si cambia con le azioni dei singoli. Quindi chiediamoci: cosa posso fare io per rendere il mondo più pulito?

I social che tu presidi in modo costante fanno bene o male alla politica?

Sono uno strumento, e come tale possono essere utili e dannosi a seconda dell’utilizzo che se ne fa. Provo ogni giorno a trasmettere valori di solidarietà e pace affinché chi mi segue possa esserne portatore nella propria quotidianità. È molto difficile, ma è la sfida del nostro tempo. Ce lo chiede il futuro e al futuro non si può dir di no.

Jobbando 2019 sarà dedicata all’inclusione lavorativa. Cosa pensi di questo tema?

Siamo tutti bravi pubblicamente a dirci d’accordo su questo. Inclusione di chi è portatore di disabilità fisiche o psichiche ma anche di chi ha una lingua, credo, colore della pelle diverso. La sfida però è: quanto siamo disposti, noi, a non girarci dall’altra parte di fronte alle ingiustizie che certe persone subiscono nel mondo del lavoro? Con il Parlamento degli Studenti abbiamo collaborato molto con l’Associazione Ciechi e ho imparato quanto non vi sia cecità peggiore di chi chiude gli occhi di fronte alle difficoltà degli altri. La parola “responsabilità” è spesso percepita nella sua accezione negativa relegata al concetto di “obbligo” o “dovere”. La responsabilità invece afferisce quanto più alla “libertà” che ci appartiene e ci fa sentire responsabili delle conseguenze che le nostre azioni provocano sul mondo in cui viviamo. Per questo, oltre a chiedere alle istituzioni maggiori tutele per l’inclusione lavorative dobbiamo caricarci della nostra responsabilità nel fare di tutto per rendere il “lavoro” un mondo che include e non esclude.

“Riscopriamo la bellezza del camminare insieme” è stato uno dei messaggi lanciati da palco che ti ha visto protagonista. Cosa significa questa frase?

La vita ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividerla, quando ci si sente parte di qualcosa di più grande, di un noi che è “casa comune” in cui ognuno ha diritto di cittadinanza. Non ci può essere vita senza una comunità in cui riconoscerci. Cosa dovremmo fare noi giovani della nostra vita, oggi? Molte cose, ovviamente. Ma la cosa più coraggiosa è quella di creare comunità stabili in cui la terribile malattia della solitudine può essere curata. È incredibile vero? Nell’era dei social siamo in contatto con chiunque ma spesso community non è sinonimo di comunità. Ne facciamo parte con interessi individuali e difficilmente con battaglie collettive.  La comunità invece è il luogo in cui si può camminare insieme per un “Bene comune” che vuol dire coltivare una visione lungimirante, investire sul futuro, preoccuparsi della comunità dei cittadini, anteporre l’interesse a lungo termine di tutti all’immediato profitto dei pochi, prestare prioritaria attenzione ai giovani, alla loro formazione e alle loro necessità. Vuol dire anteporre l’eredità che dobbiamo consegnare alle generazioni future all’istinto primordiale di divorare tutto e subito. E questo può accadere solo se riusciamo a farlo insieme.